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La lepre della Patagonia, l'autobiografia di Claude Lanzmann

La lepre della Patagonia, l'autobiografia di Claude Lanzmann - Pagine Ribelli
Presentato a Torino, il libro ripercorre la storia ai tempi del nazismo

Vittorio Bonanni da Liberazione

Il nazismo, la Shoah, l’amicizia con Jean Paul Sartre e Simone de Beauvoir, la direzione di Les Temps Modernes e poi l’impegno anticolonialista da un lato e a fianco di Israele dall’altro. E’ questa in sintesi estrema la storia intensa ed affascinante di Claude Lanzmann, classe 1925, il cui nome è indissolubilmente legato da tempo a quello del suo incredibile documentario intitolato appunto Shoah - nove ore di testimonianze sui campi di sterminio - che gli è valso grandi onorificenze culturali. Lanzmann è la rappresentazione vivente di come il tanto vituperato “secolo breve” sia stato in realtà qualcosa di straordinario, di terribile, certo - come tutto ciò che riguarda la storia dell’uomo - ma anche di incredibile e forse di irripetibile nel bene e nel male. Tanto è forte la consapevolezza che quello che ha vissuto è stato appunto grandioso e fuori dall’ordinario che l’autore de La lepre della Patagonia (Rizzoli, pp. 619, euro 24,00) ha cominciato a scrivere quella che è appunto l’autobiografia nel corso della sua vita, un po’ alla volta, avvalendosi del contributo di due donne particolari come Sarah Streliski - sua segretaria e «scrittrice di talento» come la definisce Lanzmann - e Juliette Simont, assistente alla direzione di Les Temps Modernes e sua carissima amica. Fin dalle prime pagine ci si rende conto dell’estrema sensibilità di un uomo immerso completamente nella dimensione che in quel momento lo coinvolgeva, senza mediazione alcuna. L’orrore per la pena di morte o, per essere più precisi, per le orribili modalità che l’hanno sempre accompagnata e che l’accompagnano tuttora danno il via a queste oltre seicento pagine di storia. «La ghigliottina - o più in generale la pena capitale e i diversi modi di somministrare la morte - è stata la grande questione della mia vita» scrive Lanzmann, che in poche pagine passa in rassegna i diversi modi di infliggere il viaggio senza ritorno - dalla morte per i patrioti algerini contro la quale lui e Simone de Beauvoir si batterono invano a quella inflitta da Hitler agli eroi della Rosa Bianca che avevano tentato nel luglio 1944 di eliminarlo, fino agli ufficiali marocchini condannati a morte per aver organizzato l’ammutinamento contro Hassan II e alle foto pubblicate da Paris Match con l’immagine della giovane cinese «dal viso duro che grida la sua ribellione davanti ai giudici nell’istante esatto in cui apprende che l’hanno condannata a morte».
Prima di dare il via ad un andamento più cronologico di quella che è stata la sua vita, Lanzmann preferisce regalare al lettore altri flashback della sua esistenza, da quando, appena diciottenne, dirigeva da comunista quale era la Resistenza al liceo Blaise-Pascal a Clermont-Ferrand allo shock per aver scoperto improvvisamente, una mattina del 1942, che un’intera famiglia e la maggior parte di ebrei francesi rifugiati a Brioude erano stati rastrellati dalla polizia francese al servizio dei nazisti, fino al suo tentativo di dare un’umanità ai soldati di Tsahal, l’esercito israeliano, al quale lui aveva dedicato un film omonimo nel 1994, «giovani combattenti di quel giovane esercito in fondo al cuore rimasti uguali ai loro padri». Affermazione certamente foriera di polemiche, come del resto foriera di polemiche, soprattutto con i suoi antichi compagni di lotta, fu l’uscita nel 1972 di Pourquoi Israele, una risposta a chi riteneva inconciliabile battersi contemporaneamente per l’indipendenza dell’Algeria e per il diritto ad esistere dello Stato d’Israele. Del resto lui, ebreo laico, non ha mai fatto mistero della sua passione per lo Stato d’Israele e per quella che chiamava «la riappropriazione della violenza da parte degli Ebrei». Lo si evince quando racconta, appassionato di volo come è, le sue esperienze a bordo di un Phantom e di un F-16 dell’Air Force israeliana. Ma Lanzmann fu anche colui che realizzò un numero speciale di Les Temps Modernes, dedicato al conflitto israelo-palestinese, e nel quale in più di mille pagine arabi ed israeliani esponevano le loro ragioni. Un volume ancora oggi fondamentale per chi spera, malgrado tutto, di poter risolvere quel terribile e sanguinoso conflitto. Nel libro questo scrittore, regista, combattente, intellettuale - e chi più ne ha più ne metta - racconta la straordinarietà della sua vicenda familiare, il rapporto terribile tra suo padre, anche lui partigiano, e sua madre e invece quello positivo con i nuovi partner dei suoi genitori. I sensi di colpa per ogni suo gesto che in qualche modo potesse essere giudicato antisemita, quando, estenuato per l’indecisione della genitrice nello scegliere un paio di scarpe per lui, l’abbandonò, lei con i suoi tratti semitici inconfondibili, in un negozio “arianizzato”, come si diceva allora, e in una Parigi dove gli ebrei dovevano guardarsi continuamente le spalle. Non se lo perdonò mai quel gesto di vigliaccheria. Durissimo dunque con se stesso, e coraggioso fino a sconcertare quando non nascose, lui che si era sempre battuto passando notti insonni contro la pena di morte, l’apprezzamento per quanto disse il generale De Gaulle quando decise di non derogare al principio che si era dato, ovvero commutare la pena di morte per coloro che, pur collaborando con il nemico tedesco, non lo avevano servito attivamente, facendo riferimento al caso dello scrittore Robert Brasillach: «Se è stato fucilato in quel gelido, triste e nebbioso mattino del 6 febbraio 1945, malgrado gli appelli dei suoi confratelli più meritevoli, è perché lo dovevo alla Francia», disse il futuro presidente della Repubblica.
Struggenti le pagine dedicata alla sua adorata e più giovane sorella Evelyne, valente attrice, bella, coraggiosa quando decise di aderire nel 1960 al “Manifesto dei 121”, «che invitava i coscritti – scrive Lanzmann – a rifiutare di prestare servizio in Algeria», la sua relazione con Jean-Paul Sartre, la sua estrema fragilità che la portò alla morte nell’appartamento di rue Jacob, che lei si inflisse avvelenandosi. E a proposito di Sartre, l’autore de L’essere e il nulla è stato una delle figure centrali nella vita del regista di Shoah, come anche Simone de Beauvoir, il Castoro come la chiamavano gli amici, compagna storica del filosofo marxista ma anche un amore importante per Claude, sette anni di unione intensa, tra letture, studi, viaggi e lunghe escursioni in montagna sempre rigorosamente privi del necessario per affrontare il rigore del clima che quell’ambiente propone. E poi sua grande consigliera ogni qual volta Lanzmann era tormentato dai dubbi e dagli interrogativi che caratterizzarono i lunghi dodici anni delle riprese di Shoah, uscito poi nel 1985. L’autore de La lepre della Patagonia ricorda l’incontro con i due nella redazione dei Temps Modernes, nel «piccolo ufficio fumoso al quarto piano del numero 42 di rue Bonaparte, da cui si dominavano la piazza e la chiesa di Saint Germain-des-Prés». E quei tempi così importanti per il suo percorso esistenziale: «Si è tanto detto di quelle riunioni che non voglio dilungarmi. Però - ricorda - non ripenso mai senza emozione alla fiducia inusitata che Sartre riponeva in giovani del tutto sconosciuti o quasi. Distribuiva i temi con la sua bella voce metallica, tanto calorosa da convincere ciascuno di essere in grado di trattarli, anche se sembravano difficili.»
Malgrado sia stato rimproverato per le sue posizioni di appoggio incondizionato alle politiche israeliane, come fa il filosofo libanese Farès Sassine che lo accusa di aver trasformato Les Temps Modernes in un «portavoce delle correnti sioniste più radicali», e non gli si possa certo perdonare di aver rimosso dal libro la sofferenza dei palestinesi, lui così sensibile ai diversi drammi della condizione umana, le pagine dove narra il primo approccio con la realtà israeliana raccontano per la verità di un uomo tormentato, che parla di un paese ai limiti della vivibilità, popolato da strane creature provenienti da realtà diverse, il suo sconcerto di fronte ad una religiosità estrema e la sua difficoltà dunque di scegliere una patria tra la Francia e Israele senza poi sceglierne nessuna.
Certamente è stato un illuso e dunque uno sconfitto, come tanti del resto, quando sperò in un rapporto positivo tra Israele e il nascente Stato algerino e dunque gli arabi nel suo complesso.
Fu un giovane Abdelaziz Bouteflika, oggi presidente algerino e allora, nel 1961, capitano dell’Aln (Esercito di liberazione nazionale) ad infondergli questa speranza. Le cose, come è noto, sono andate diversamente ed è ora superfluo dilungarsi sulle responsabilità di un fallimento. Ed è lui stesso ad evitare questo tema, troppo dolorose sarebbero le conclusioni alle quali dovrebbe arrivare. Il libro, certamente bellissimo, e lo scriviamo senza mezzi termini, termina con il racconto delle innumerevoli peripezie che ha dovuto affrontare per realizzare Shoah, con le tante incomprensioni nate anche all’interno dello stesso mondo ebraico ma anche con i tanti, tantissimi riconoscimenti. E poi con il ricordo dei funerali di coloro che avevano formato a tutti gli effetti la sua famiglia una volta diventato adulto, Simone de Beauvoir e Jean Paul Sartre. Concludiamo dando una spiegazione sulla scelta del titolo. La dà lo stesso autore quando racconta del suo viaggio in quella terra australe e di quando la lepre apparse nel fascio di luce dei fari della sua automobile. Si entusiasmò come un ragazzino: «Stavo per compiere settanta anni, ma tutto il mio essere esultava in preda a una gioia selvaggia, come a venti», come nel 1946 quando varcò con un gruppo di amici il confine entrando in un’Italia appena uscita dalla guerra.