A fine Dicembre del 1944, dopo che gli alleati ebbero riconquistato Sant'Alberto e portato la linea del fronte sul Reno, i rumori della guerra erano cessati quasi del tutto. I partigiani della “Colonna Wladimiro” avevano conquistato il paese già ai primi dello stesso mese ma gli alleati si erano inspiegabilmente fermati poco oltre Ravenna ed a Sant'Alberto erano di nuovo tornati i tedeschi. Per rimediare all'errore commesso dal comando dell'8° armata ci si era dovuti impegnare in un nuovo cruento attacco, che fortunatamente aveva avuto esito favorevole.
Improvvisamente, dopo mesi di combattimenti, tutto si era placato e come nella quiete che segue l'uragano la guerra, così come la natura, sembrava concedersi ad un ambito riposo invernale.
In Umana, noi giovani, approfittando di questa calma ritrovata, ci davamo da fare ad organizzare delle festicciole in casa di amici e parenti. L'Inverno era per noi la stagione più bella; fuori faceva freddo, i lavori in campagna erano fermi ed a noi bastava il suono di una fisarmonica, magari dalle note un po' stonate, per ballare fino alle ore piccole. Non era molto ma per noi era già tanto.
Volevamo e cercavamo di ritrovare quella spensieratezza a cui la nostra età aveva diritto e che i tragici eventi, ai quali le folli ambizioni del duce avevano condotto la nostra patria, ci avevano da tempo negato.
Prima dell'alba mio padre ed alcuni nostri amici, vicini di casa, partivano con le barche per la pesca e la caccia in valle; in quel tempo non c'erano più in servizio le guardie dell'azienda valli di Comacchio quindi si poteva andare liberamente.
La mamma mi lasciava a poltrire sotto le coperte, nel caldo letto, fino a tardi; nel dormiveglia mattutino sentivo i colpi delle doppiette rimbombare dalle “tinelle” poste lungo l'argine Agosta, fino al “Salto del lupo”. Ad ogni colpo il mio nipotino Attilio si alzava in piedi sul letto e con l'indice della mano destra rivolto verso l'alto strillava: “Nunì‑ Nunì”, il nonno, il nonno.
Verso mezzogiorno, prima del ritorno degli uomini, mi alzavo e mi facevo pronta ad aiutare la mamma a preparare quello che era l’unico pasto completo della giornata. Lo si consumava, a famiglia riunita,nel pomeriggio prima dell’imbrunire. Data l’opportunità di pesca e di caccia in valle ci nutrivamo quasi esclusivamente di pesce e cacciagione.
Fu allora che imparai a preparare piatti a base di cefali, govi ed anguille ai ferri od a brodetto con la polenta. Con il petto delle folaghe cucinavamo degli ottimi risotti. Gli altri uccelli: fischioni, moriglioni, alzavole, germani, se beffi grassi, si prestavano per vari tipi di piatti, m noi piacevano tanto cucinati in umido, con la polenta ancora fumante.
La valle rappresentava la nostra fonte di approvvigionamento e fame, per nostra fortuna, in quel periodo non ne abbiamo sofferta. I fucili da caccia, durante il periodo bellico, erano stati requisiti ma qui in Umana, terra di frontiera, le doppiette erano quasi tutte detenute abusivamente da sempre, quindi nessuno le aveva consegnate alle autorità ed ora servivano più che mai.
La domenica si mangiava a mezzogiorno ed io e la mamma cucinavamo la pasta asciutta fatta in casa con un po' di farina e qualche uovo condita con ottimo ragù, preparato utilizzando le rigaglie degli uccelli abbattuti durante la settimana; il profumo si espandeva per la casa, tutta la famiglia si metteva a tavola, si mangiava a sazietà e regnava il buonumore.
Per la farina bianca e le uova, in Umana, non c'erano problemi. Le tessere annonarie imposte dalle autorità nel periodo bellico qui si utilizzavano per i generi che provenivano da fuori; per quelli di produzione locale ogni famiglia aveva una sua scorta, tenuta ben nascosta, oppure qualche altra fonte di approvvigionamento.
Giunta la sera, indossavo i miei abiti più belli e via, a ballare con gli amici. Se oltre alla fisarmonica potevamo disporre di “Pacali” (Coatti Pasquale), solista di Ocarina in do, accompagnato alla chitarra dal figlio Torindo, allora era festa grande. Tango, Valzer, Polka e Mazurka costituivano il pur limitato repertorio dei nostri musicanti;ricordo ancora qualche canzone: “La cumparsita”, “A media luz”,”Il carnevale di Venezia”. Le nostre canzoni preferite erano “Violino tzigano” ed il “Tango delle capinere” ma quella che ci faceva sognare era l'ultimo successo arrivato dall'America latina, sulle radio degli alleati: “Bésame mucho”.
Era una bellissima canzone, scritta in quegli anni da una nostra coetanea messicana: Consuelo Velazques. Le struggenti parole e le dolci note, nate dal cuore di una giovane donna che aveva appena conosciuto l'amore, arrivarono dritte ai nostri cuori ed ebbero l'effetto un colpo di fulmine.
Era per noi la novità assoluta, la voce di una gioventù che viveva in un mondo, per noi, sconosciuto, nuovo, libero e diverso; era un inno all'amore che, come un dardo, ci colpiva nei nostri sentimenti più profondi e l'emozione quasi ci toglieva il respiro.
Se qualcuno della compagnia aveva una bella voce, lo facevamo cantare, noi lo accompagnavamo in coro e l'allegria saliva alle stelle.
Era il trionfo della nostra voglia di vivere e con essa, come i fiori a primavera, sbocciavano i piccoli ed i grandi amori.








