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Uso il romanzo per raccontare gli altri,la voce di Hanif Kureishi

Uso il romanzo per raccontare gli altri,la voce di Hanif Kureishi - Pagine Ribelli
Di Guido Caldiron da Liberazione del 11/09/2010
Alla XIV edizione del Festivaletteratura di Mantova la voce di Hanif Kureishi, lo scrittore e regista che ha descritto negli ultimi vent'anni il volto multiculturale della Gran Bretagna.
"Oggi è alle persone che dobbiamo guardare, non certo all'etichetta che abbiamo posto sulla loro identità". Alla XIV edizione del Festivaletteratura di Mantova che si interroga sulla possibilità che romanzi e racconti partecipino allo sforzo del mondo per costruire confronto e dialogo tra le culture, la voce di Hanif Kureishi, lo scrittore e regista figlio di un pakistano e di un'inglese che ha descritto negli ultimi vent'anni il volto multiculturale della Gran Bretagna, assume un tono particolare. Kureishi, che ha appena pubblicato una raccolta di racconti dal titolo Il declino dell'Occidente (Bompiani, pp. 252, euro 15,00), testimonia infatti della sfida persa dal progetto di costruzione di una "società di differenze", il multiculturalismo anglossasone, e di come la convivenza e l'incontro vada ripensato ovunque su basi nuove.
Il suo ultimo libro si intitola "Il declino dell'Occidente", ma nell'era della globalizzazione della cultura e dei mezzi di comunicazione c'è ancora qualcosa che si può chiamare così: l'Occidente è davvero sopravvissuto a se stesso?
Questa è un'ottima domanda, visto che è molto difficile rispondere. Diciamo che il mondo occidentale è diventato sinonimo di materialismo, di ricchezza e che quest'aspetto della sua identità si è effettivamente diffuso un po' ovunque, anche se non senza stridenti contraddizioni. Quanto alle idee più importanti che sono cresciute in Occidente, penso alla democrazia, alla tolleranza, alla stessa cultura occidentale, mi sembra sia sotto gli occhi di tutti che non sono state affatto globalizzate, che non hanno oggi nessuna maggiore circolazione che in passato. Quale è oggi la potenza emergente secondo tutti gli analisti? La Cina. Ebbene la Cina è un paese materialista, che sta ottenendo grandi affermazioni sul piano economico e geopolitico ma gli intellettuali, gli scrittori e i giornalisti sono tutti in prigione o sono stati costretti all'esilio. Perciò credo proprio che si possa dire che tutte le idee più importanti che hanno contraddistinto fin qui il mondo occidentale, idee universali come la libertà di parola, l'uguaglianza tra le razze e il femminismo, non sono mai entrate davvero a far parte di ciò che chiamiamo "globalizzazione": a diffondersi ovunque nel mondo sono stati invece i panini di McDonalds.

Oggi ricorre l'anniversario dell'11 settembre, nel 2002 nella raccolta di saggi "Dreaming and Scheming" (in italiano "Otto braccia per abbracciarti", Bompiani) lei sosteneva che "sia il razzismo che il fondamentalismo riducono gli altri ad astrazioni" cancellandone la ricchezza culturale. Oggi crede che le cose siano cambiate?
E' sempre difficile occuparsi delle persone e raccontarle come "realtà", come sono realmente. E' molto più comodo e facile etichettarle e poi parlare di loro come "musulmani", "ebrei", "cristiani", "liberal" o chissà che altro e questo non accade solo con i razzismi di ogni sorta. Questo è stato in particolare il problema principale con cui si è dovuto misurare, e con cui si è scontrato il multiculturalismo, il sistema con cui in Gran Bretagna si era pensato di far convivere tra loro le persone e tutte le differenze e specificità che ciascuno porta con sé. Si tratta in realtà di una visione del mondo molto limitata che tendeva a ridurre tutto a questa sorta di etichetta appiccicata addosso alle persone. Proprio per questo ho smesso di sostenere il multiculturalismo e quest'idea di "racconto della realtà" che della complessità del mondo ci dice invece molto poco.

Quindi come immaginare oggi la convivenza o anche il semplice incontro con l'altro?
Diciamo che mi limito al mio campo: penso che l'ultimo territorio dove le persone possano essere descritte appieno, con tutte le loro caratteristiche, sia quello della narrazione: cinema, teatro, letteratura. Solo attraverso gli strumenti narrativi mi sembra sia possibile rendere davvero la complessità, talvolta contraddittoria, dell'essere umano.

Ne "Il declino dell'Occidente" c'è un racconto che riflette sul modo in cui la guerra è entrata in qualche modo nelle nostre case.
Ciò che mi interessava di più in questa storia era mettere in evidenza come la guerra possa incidere sulle nostre vite, non solo se si è coinvolti direttamente, in prima persona, ma anche se si è semplici spettatori di simili vicende. Ricordo che all'inizio della guerra in Iraq passavano continuamente in televisione i video delle persone che erano state rapite dai terroristi e che poi sarebbero state decapitate. Questo elemento mi colpì molto e decisi che ne avrei voluto scrivere: da quest'idea è nato il racconto "Matrimoni e decapitazioni" in cui un ragazzino che vuole diventare regista si misura proprio con le riprese terrificanti di queste decapitazioni.

Lei ha combattuto a lungo contro la depressione e i suoi personaggi sembrano spesso fare i conti a fatica con la vita. "Il declino dell'Occidente" si può però leggere anche come una sorta di bilancio dell'intera generazione degli anni Settanta che dopo aver sognato un mondo nuovo fatica a trovare oggi la felicità?
Solo in parte, anche se uno sguardo riflessivo su quella stagione c'è. Anche perché quello di "felicità" è un concetto molto difficile da definire. Temo che solo le persone con scarsi strumenti culturali possano dirsi davvero felici. E' chiaro che è impossibile convivere con troppa sofferenza, ma anche soffrire troppo poco rappresenta un limite, rischia di portare alla stupidità. Personalmente più che di essere felice mi preoccupo di avere una vita interessante, appassionata, impegnata. Credo sia stato Aristotele a dire che la felicità è qualcosa di folle, quasi un sottoprodotto della vita. Perciò la ricerca e la curiosità devono continuare a muoverci, a farci andare avanti. Questa è la vita migliore che possiamo augurarci per noi stessi e per gli altri.

Paradossalmente, all'elezione di Margaret Thatcher alla fine degli anni Settanta si accompagnò un forte risveglio della cultura inglese. Musicisti e intellettuali divennero un po' gli anticorpi della società, contro la svolta conservatrice. Lei ha sempre seguito molto attentamente le vicende politiche della Gran Bretagna, pensa che dobbiamo aspettarci qualcosa del genere anche oggi?
Nel Regno Unito stiamo assistendo a una svolta: si è definitivamente conclusa l'era di Tony Blair e se ne è inaugurata una nuova che però non sappiamo ancora da cosa sarà caratterizzata. Quello che già si può capire è che dopo il crollo del New Labour a cadere sotto i colpi della nuova amministrazione saranno molte delle acquisizioni dello Stato sociale: si perderanno molti posti di lavoro, ci saranno grandi tagli alla sanità, all'istruzione, cresceranno i poveri e il disagio sociale. Effettivamente è possibile che i colpi inferti alla società potranno paradossalmente servire da stimolo per artisti e intellettuali, proprio come avvenne durante il thatcherismo. Certo, non potrà andar bene per tutti coloro che lavorano nella cultura, visto che ad esempio le sovvenzioni statali al teatro saranno quasi sicuramente tagliate, ma è probabile che nel paese cresca una nuova stagione di creatività.